BIBLIOTHECA AUGUSTANA

 

Il Novellino

ca. 1290

 

Il Novellino

 

Novelle 1 – 10

Atti o sentenze capaci di ristabilire il giusto

 

_________________________________________________________

 

 

 

I

Della ricca ambasceria la quale fece lo Presto Giovanni

al nobile imperadore Federigo.

 

Presto Giovanni, nobilissimo signore indiano, mandoe ricca e nobile ambasceria al nobile e potente imperadore Federigo, a colui che veramente fu specchio del mondo in parlare et in costumi et amò molto dilicato parlare et istudiò in dare savi risponsi. La forma e la intenzione di quella ambasceria fu solo in due cose, per volere al postutto provare se lo 'mperadore fosse savio in parlare et in opere.

Mandolli per li detti ambasciadori tre pietre nobilissime e disse loro:

«Donatele allo 'mperadore e diteli dalla parte mia che vi dica qual'è la migliore cosa del mondo; e le sue parole e risposte serberete, et aviserete la corte sua e ' costumi di quella, e quello che inverrete raccontarete a me, sanza niuna mancanza».

Fuoro allo 'mperadore, dove erano mandati per lo loro signore, salutarlo sì come si convenia per la parte della sua maestade e per la parte dello loro soprascritto signore. Donarli le sopra dette pietre. Quelli le prese e non domandò di loro virtude: fecele riporre, e lodolle molto di grande bellezza.

Li ambasciadori fecero la dimanda loro, e videro li costumi e la corte; poi, dopo pochi giorni, adomandaro commiato.

Lo 'mperadore diede loro risposta e disse:

«Ditemi al signore vostro che la migliore cosa di questo mondo si è misura».

Andar li ambasciadori e rinunziaro e raccontaro ciò ch'aveano veduto et udito, lodando molto la corte dello 'mperadore ornata di bellissimi costumi, e 'l modo de' suoi cavalieri.

Il Presto Giovanni, udendo ciò che raccontaro li suoi ambasciadori, lodò lo 'mperadore e disse ch'era molto savio in parole, ma non in fatti, acciò che non avea domandato della virtù di cosìe care pietre. Rimandolli ambasciadori et offerseli, se li piacesse, che 'l farebbe siniscalco della sua corte: e feceli contare le sue ricchezze e le diverse generazioni de' sudditi suoi et il modo del suo paese.

Dopo non gran tempo, pensando il Presto Giovanni che le pietre c'avea donate allo 'mperadore avevano perduta loro virtude da poi che non erano per lo 'mperadore conosciute, tolse uno suo carissimo lapidaro e mandollo celatamente nella corte dello 'mperadore e disse:

«Al postutto metti lo 'ngegno tuo che tu quelle pietre mi rechi. Per niuno tesoro rimanga».

Lo lapidaro si mosse, guernito di molte pietre di gran bellezza, e cominciò, presso alla corte, a legare sue pietre. Li baroni veniano, e li cavalieri, e vedevano di suo mistiero. L'uomo era molto savio: quando vedeva alcuno c'avesse luogo in corte, non vendeva, ma donava: e donò anella molte, tanto che la lode di lui andò dinanzi allo 'mperadore: lo quale mandò per lui e mostrogli sue pietre. Lodolle, ma non di gran vertude. Domandò se avesse più care pietre. Allora lo 'mperadore fece venire le tre pietre preziose ch'elli disiderava di vedere.

Allora il lapidaro si rallegrò e prese l'una pietra e miselasi in mano e disse così:

«Questa pietra, messere, vale la migliore città che voi avete».

E poi prese l'altra e disse:

«Questa, messere, vale la migliore provincia che voi avete».

E poi prese la terza e disse:

«Messere, questa vale più che tutto lo 'mperio»: e strinse il pugno con le soprascritte pietre. La vertude dell'una il celò che no 'l potero vedere; e' discese giù per le gradora, e tornò al suo signore Presto Giovanni, e presentolli le pietre con grande allegrezza.

 

 

II

D'un savio greco, c'uno re teneva in pregione,

come giudicò d'uno destriere.

 

Nelle parti di Grecia ebbe un signore che portava corona di re et avea grande reame et avea nome Filippo; e per alcuno misfatto tenea un savio greco in pregione, il quale era di tanta sapienzia, ch'ê·llo intelletto suo passava oltra le stelle.

Avenne un giorno che a questo signore fu appresentato, delle parti di Spagna, un nobile destriere di gran podere e di bella guisa. Adomandò lo signore mariscalchi per sapere la bontà del destriere; fu·li detto che in sua pregione avea lo sovrano maestro intendente di tutte le cose.

Fece menare il destriere al campo e fece trarre il greco di pregione e disseli:

«Maestro, avisa questo destriere, ché m'è fatto conto che tu se' molto saputo».

Il greco avisa lo cavallo e disse:

«Messere, elli è di bella guisa, ma cotanto vi dico: che 'l cavallo è nutricato a latte d'asina».

Lo re mandò in Ispagna ad invenire come fu nodrito, et invennero che la destriera era morta et il puledro fu notricato a latte d'asina. Ciò tenne il re a grande maraviglia, et ordinò che li fosse dato un mezzo pane il dì alle spese della corte.

Un altro giorno avenne che lo re adunoe sue pietre preziose e rimandoe per questo prigione greco e disse:

«Maestro, tu se' di grande savere, e credo che di tutte le cose t'intendi. Dimmi, se t'intendi delle virtù delle pietre: qual ti sembra di più ricca valuta?».

Il greco avisò e disse:

«Messere, voi quale avete più cara?».

Lo re prese una pietra intra l'altre molto bella e disse:

«Maestro, questa mi sembra più bella e di maggiore valuta».

Il greco la prese e miselasi in pugno e strinse, e puoselasi all'orecchie, e poi disse:

«Messere, qui ha un vermine».

Lo re mandò per maestri e fecela spezzare, e trovaro nella detta pietra un vermine. Allora lodò il greco d'oltremirabile senno, et istabilìo che un pane intero li fosse dato per giorno, alle spese di sua corte.

Poi, dopo non molti giorni, lo re si pensò di non essere legittimo re. Mandò per questo greco et ebbelo in luogo sacreto e cominciò a parlare e disse:

«Maestro, di grande scienzia ti credo, e manifestamente l'hoe veduto nelle cose in ch'io t'ho domandato. Io voglio che tu mi dichi cui figliuolo io fui».

Il greco rispuose:

«Messere, che domanda mi fate voi? Voi sapete bene che foste figliuolo del cotale padre».

E lo re rispuose:

«Non mi rispondere a grado: dimmi sicuramente il vero e, se no 'l mi dirai, io ti farò di villana morte morire».

Allora il greco rispuose:

«Messere, io vi dico che voi foste figliuolo d'uno pistore».

E lo re disse:

«Vogliolo sapere da mia madre»; e mandò per la madre, e constrinsela con minacce feroci. La madre confessò la veritade. Allora il re si chiuse in una camera con questo greco e disse:

«Maestro mio, grande prova ho veduto della tua sapienzia. Pregoti che mi dichi come queste cose tu le sai».

Allora il greco rispose:

«Messere, io lo vi dirò. Il cavallo conobbi a latte d'asina esser nodrito per propio senno naturale, acciò ch'io vidi che avea li orecchi chinati, e ciò non è propia natura di cavallo. Il verme nella pietra conobbi però che le pietre naturalmente sono fredde, et io la trovai calda. Calda non puote essere naturalmente se non per animale lo quale abbia vita».

«E me come conoscesti essere figliuolo di pistore?».

Il greco rispuose:

«Messere, quando io vi dissi del cavallo cosa così maravigliosa, voi mi stabiliste dono d'un mezzo pane per dì; e poi, quando della pietra vi dissi, voi mi stabiliste un pane intero. Pensate che allora m'avidi cui figliuolo voi foste: ché se voi foste suto figliuolo di re, vi sarebbe paruto poco di donarmi una nobile città, onde a vostra natura parve assai di meritarmi di pane, sì come vostro padre facea».

Allora il re riconobbe la viltà sua e trasselo di pregione e donolli molto nobilemente.

 

 

III

Come un giullare si compianse dinanzi ad Alexandro d'un cavaliere, al quale elli avea donato per intenzione che 'l cavaliere li donerebbe ciò che Alexandro li donasse.

 

Stando Alexandro alla città di Giadre con moltitudine di gente ad assedio, un nobile cavaliere era fuggito di pregione; et essendo poveramente ad arnese, misesi ad andare ad Alexandro, che donava larghissimamente sopra gli altri signori. Andando per lo cammino, trovò uno uomo di corte nobilemente ad arnese. Domandollo dove andava. Lo cavaliere rispuose:

«Io vado ad Alexandro che mi doni, acciò ch'io possa tornare in mia contrada onoratamente».

Allora il giullare rispose e disse:

«Che vuoli tu ch'io ti doni – e tu mi dona ciò che Alexandro ti donarà?».

Lo cavaliere rispuose:

«Donami cavallo da cavalcare e somiere e robbe e dispendio condonevile a·rritornare in mia terra».

Il giullare lile donò, et in concordia cavalcaro ad Alexandro, lo quale aspramente avea combattuto la città di Giadres, era partito dalla battaglia, e faceasi sotto un padiglione disarmare.

Lo cavaliere e lo giullare si trassero avanti; lo cavaliere fece la domanda sua ad Alexandro umile e dolcemente. Alexandro non li fece motto, né·lli fece rispondere. Lo cavaliere si partì dal giullare, e misesi per lo cammino a ritornare in sua terra.

Poco dilungato lo cavaliere, li nobili cittadini di Giadres recaro le chiavi della città ad Alexandro, con pieno mandato d'ubbidire a·llui siccome a·llor signore. Alexandro allora si volse inverso i suoi baroni e disse:

«Dov'è chi mi domandava ch'io li donasse?»

Allora fu tramesso per lo cavaliere ch'addomandava il dono. Lo cavaliere venne, et Alexandro parlò e disse:

«Prendi, nobile cavaliere, le chiavi della nobile città di Giadres, ché la ti dono volentieri».

Lo cavaliere rispuose:

«Messere, non mi donare cittade: priegoti che mi doni oro o argento o robbe, come sia tuo piacero».

Allora Alexandro sorrise, e comandò che·lli fossero dati duemila marchi d'ariento: – e questo si scrisse per lo minore dono che Alexandro donò mai.

Lo cavaliere prese i marchi e donolli al giullare. Il giullare fu dinanzi ad Alexandro, e con grande stanzia addomandava che·lli facesse ragione; e fece tanto, che fece restare lo cavaliere. E la domanda sua si era di cotale maniera, dinanzi ad Alexandro:

«Messere, io trovai costui in cammino; domanda'lo ove andava e perché. Dissemi che ad Alexandro andava perché li donasse. Con lui feci patto: dona'li, et elli mi promise di donare ciò che Alexandro li donasse: onde elli hae rotto il patto, c'ha rifiutata la nobile città di Giadres et ha preso li marchi: perch'io dinanzi alla vostra signoria addomando che mi facciate ragione e sodisfare quanto vale più la città che ' marchi».

Allora il cavaliere parlò; e primamente confessò i patti, poi disse:

«Ragionevole signore, que' che·mmi domanda è giucolare, et in cuore di giullare non puote discendere signoria di cittade. Il suo pensiero fu d'argento e d'oro, e la sua intenzione fu tale, et io ho pienamente fornita la sua intenzione: onde la tua signoria proveggia nella mia diliveranza, secondo che piace al tuo savio consiglio».

Alexandro e ' suoi baroni prosciolsero il cavaliere, e comendarlo di grande sapienzia.

 

 

IV

Come uno re commise una risposta a un suo giovane figliuolo, la quale dovea fare ad ambasciadori di Grecia.

 

Uno re fu nelle parti di Egitto, lo quale avea un suo figliuolo primogenito, lo quale dovea portare la corona del reame dopo lui. Questo suo padre dalla fantilitade sì cominciò e fecelo nodrire intra savi uomini di tempo, sì che anni avea quindici e giamai non avea veduto niuna fanciullezza.

Un giorno avenne che·llo padre li commise una risposta ad ambasciadori di Grecia. Il giovane, stando sull'aringheria per rispondere alli ambasciadori – il tempo era turbato e piovea –, volse li occhi per una finestra del palagio e vide altri giovani che accoglievano l'acqua piovana e facevano peschiera e mulina di paglia. Il giovane, vedendo ciò, lasciò stare l'aringheria e gittossi subitamente giù per le scale del palagio et andò alli altri giovani che stavano a ricevere l'acqua piovana e cominciò a fare le mulina e le bambolitadi. Baroni e cavalieri lo seguirono assai e rimenarlo al palazzo; chiusero la finestra, e 'l giovane diede sufficiente risposta.

Dopo il consiglio si partìo la gente. Lo padre adunò filosofi e maestri di grande scienzia; propuose il presente fatto. Alcuno de' savi riputava movimento d'omori; alcuno, fievolezza d'animo; chi dicea infirmità di celabro: chi dicea una e chi un'altra, secondo le diversità di loro scienzie. Uno filosofo disse:

«Ditemi come lo giovane è stato nodrito».

Fu·lli contato come nodrito era stato con savi e con uomini di tempo, lungo da ogni fanciullezza.

Allora lo savio rispose:

«Non vi maravigliate se·lla natura domanda ciò ch'ella ha perduto. Ragionevole cosa è bamboleggiare in giovanezza, et in vecchiezza pensare».

 

 

V

Come a David re venne in pensiero di volere sapere

quanti fossero i sudditi suoi.

 

Davit re stando per la bontà di Dio, che di pecoraio l'avea fatto signore, li venne un giorno in pensiero di volere al postutto sapere quanti fossero per numero i sudditi suoi: e ciò fu atto di vana gloria, onde molto ne dispiacque a Dio: e mandolli l'angelo suo, e feceli così dire:

«Davit, tu ha' peccato. Così ti manda a dire lo Signore tuo: o vuoli tu stare tre anni infermo o tre mesi nelle mani de' nemici tuoi, o vuogli stare al giudicio delle mani del tuo Signore?».

Davit rispuose:

«Nelle mani del mio Signore mi metto: faccia di me ciò che li piace».

Or che fece Iddio? Punillo secondo la colpa, ché quasi la maggior parte del populo suo li tolse per morte: acciò ch'elli si vanagloriò nel grande novero, così li scemò e appicciolò il novero.

Un giorno avenne che, cavalcando, Davit vide l'angelo di Dio con una spada ignuda, c'andava uccidendo il popolo; e, comunque elli volle colpire uno, e Davit smontoe subitamente e disse:

«Messere, mercé: non uccidete l'innocenti, ma uccidi me, cui è la colpa».

Allora, per la dibonarità di questa parola, Dio perdonò al popolo, e rimase l'uccisione.

 

 

VI

Qui divisa come l'angelo di Dio parlò a Salamonee li disse che torrebbe il reame al suo figliuolo per li suoi peccati.

 

Leggesi di Salamone che fece un altro dispiacere a Dio, onde cadde in sentenzia di perdere lo reame suo. L'angelo li parlò e disse così:

«Salamone, per la tua colpa tu se' degno di perdere lo reame; ma così ti manda lo Nostro Signore a dire: che, per li meriti della bontà di tuo padre, elli no 'l ti torrà al tuo tempo; ma, per la colpa tua, egli lo torrà al figliuolto. E così dimostra i guidardoni del padre meritati nel figliuolo, e·lle colpe del padre pulite nel figliuolo».

Nota che Salamone sapientissimo studiosamente lavorò sotto 'l sole: con ingegno di sua grandissima sapienzia fece grandissimo e nobile regno. Poi che l'ebbe fatto, providesi di non volere che 'l possedessero aliene rede, cioè strane, fuori di suo legnaggio; et a cioè tolse molte mogli e molte amiche, per avere assai rede. E Dio provide, quelli ch'è sommo dispensatore, sì che tra tutte le mogli e l'amiche, ch'erano tante, non ebbe se non uno figliuolo.

E allora Salamone si provide di sottoporre ed ordinare sì lo reame sotto questo suo figliuolo (lo quale Roboam avea nome), ch'elli regnasse dopo lui certamente: ch'el fece dalla gioventudine infino alla senettute ordinare la vita al figliuolo con molti amaestramenti e con molti nodrimenti, e più fece: che tesoro li ammassoe grandissimo, e miselo in luogo sicuro; e più fece: che in concordia fu con tutti li signori che marcavano con lui, et in pace ordinò e dispuose sanza contenzione tutti i suoi baroni; e più fece: che lo dottrinò del corso delle stelle et insegnolli avere signoria sopra i domoni. Tutte queste cose fece perché Roboam regnasse dopo lui.

Quando Salamone fue morto, Roboam prese suo consiglio di gente vecchia e savia. Propose e domandò consiglio in che guisa riformasse lo popolo suo.

Li vecchi l'insegnarono:

«Ragunerai il populo tuo, e con dolci parole parlerai, e dirai che tu li ami siccome te medesimo e ch'elli sono la corona tua e che, se tuo padre fu loro aspro, che tu sarai loro umile e benigno e, dov'egli li avesse faticati, che tu li soverrai in grande riposo; e se in fare il tempio fuoro gravati, tu se' quelli che li agevolerai».

Queste parole l'insegnaro i savi vecchi del regno.

Partissi Roboam et adunò uno consiglio di giovani e fece loro simigliante proposta; e quelli li adomandaro:

«Quelli con cui prima ti consigliasti, come ti consigliaro?».

E quelli il raccontò loro a motto a motto. Allora li giovani li dissero:

«Elli t'ingannano, perciò che i regni non si tengono per parole, anzi per prodezza e per franchezza: onde, se tu dirai loro dolci parole, parrà che tu teme il popolo: ond'esso ti soggiogherà e non ti terrà per signore, e non ti ubidiranno. Ma fae per nostro senno: noi siamo tutti tuoi servi, e 'l signore può fare de' servi quello che li piace: onde di' loro con vigore e con ardire ch'elli son tutti tuoi servi e, chi non ti ubidirà, che tu il pulirai secondo la tua aspra legge; e, se Salamone li gravoe in fare lo tempio, e tu li graverai se ti verrà in piacere. Il popolo non t'avrae per fanciullo, tutti ti temeranno, e così terrai la corona e lo reame».

Lo stoltissimo Roboam si tenne al giovane consiglio: raunò il popolo e disse parole feroci.

Il popolo s'adirò, i baroni si turbaro, fecero posture e leghe; giuraro insieme certi baroni, sì che, in trentaquattro dì dopo la morte di Salamone, perdé delle dodici parti le diece di tutto il reame suo.

 

 

VII

Qui divisa come un figliuolo d'uno re donò

scalteritamente a uno re di Siria scacciato.

 

Uno signore di Grecia, lo quale possedea grandissimo reame et avea nome Aulix, avea uno suo giovane figliuolo, il quale facea nodrire et insegnarli le sette liberali arti, e faceali insegnare vita morale, cioè di be' costumi.

Un giorno tolse questo re molto oro e diello a questo suo figliuolo e disse:

«Dispendilo come ti piace»; e comandò a' baroni che neuno non li insegnasse spendere questo oro, ma sollicitamente avisassero il suo portamento e 'l modo che e' ne tenesse.

I baroni seguitando questo giovane, un giorno stavano con lui alle finestre del palazzo. Il giovane stava pensoso. Vide passare per lo cammino gente che parea assai nobile secondo li arnesi e secondo le persone.

Il camino correa a piè del palagio. Comandò questo giovane che fossero tutte quelle genti menate dinanzi da·llui. Fue ubbidita la sua volontade: vennero i viandanti dinanzi dal giovane e da' suoi baroni. L'uno ch'avea lo cuore più ardito e la fronte più allegra si fece avanti e disse:

«Messere, che ne domandi?».

Il giovane rispuose:

«Domandoti onde se' e di che condizione».

E que' rispose:

«Messere, io sono d'Italia, e mercatante sono molto ricco; e quella ricchezza ch'i' ho no·ll'ho di mio patrimonio, ma tutta l'hoe guadagnata di mia sollicitudine».

E 'l giovane domandò il seguente, lo quale era di nobile fazione e stava con peritosa faccia, e disseli che si facesse avanti, acciò che stava più indietro che l'altro e non sì arditamente. Quelli disse:

«Messere, che mi domandi?».

Il giovane rispuose:

«Domandoti donde se' e di che condizione».

Et elli rispuose:

«Io sono di Soria e sono re; et ho sì saputo fare, che li sudditi miei m'hanno cacciato».

Allora il giovane prese tutto l'oro e diello a questo scacciato re.

Il grido andò per lo palagio. I cavalieri e li baroni e l'altra gente tutta, di boce in boce, diciano:

«L'oro è dispenso!».

Chi dicea e chi domandava il come. Tutta la corte sonava solo di questo oro. Al padre furono racontate tutte queste novelle, e come il suo figliuolo avea dispensato tutto quello oro, e tutte le domande e tutte le risposte li furono raccontate a motto a motto.

Il re incominciò a parlare al figliuolo, udente molti baroni, e disse:

«Come dispensasti? Che pensiero ti mosse? Qual ragione ci mostri, che a colui che per sua bontà aveva guadagnato non desti, e a colui che avea perduto per sua colpa e follia, tutto donasti?».

E 'l giovane savio rispuose:

«Messere, non donai a chi non mi insegnoe; né a neuno donai, ma ciò ch'io feci fu guiderdone, e non dono. Il mercatante non mi insegnò neente: no·lli era neente tenuto; ma quelli ch'era di mia condizione, figliuolo di re, e che portava corona di re, il quale per la sua follia avea sì fatto che ' sudditi suoi l'hanno cacciato, m'insegnò tanto che ' sudditi miei non cacceranno me: onde picciolo guiderdone diedi a·llui di così ricco insegnamento».

Udita la sentenzia del giovane, il padre e·lli suoi baroni il commendaro di grande sapienzia, dicendo che grande speranza ricevea della sua giovinezza, che negli anni compiuti sia di grande valore.

Le lettere corsero per li paesi a' signori et a' baroni, e furonne grandi disputazioni tra ' savi.

 

 

VIII

Qui si ditermina una nova quistione e sentenzia

che fu data in Alexandria.

 

In Alexandria la quale è nelle parti di Romania (acciò che sono dodici Alexandrie, le quali Alexandro fece il marzo dinanzi che morisse), in quella Alexandria sono le rughe ove stanno i Saracini li quali fanno i mangiari a vendere: e cerca l'uomo la ruga per li piue netti mangiari e per li più dilicati, sì come l'uomo fra noi cerca de' drappi.

Un giorno di lunedì un cuoco saracino (lo quale avea nome Fabrat) stando alla fucina sua, un povero saracino venne alla cucina con uno pane in mano. Danaio non avea da comperare da costui: tenne il pane sopra il vasello, e ricevea il fummo che n'uscia e, innebriato il pane dell'olore che n'uscia, del mangiare, e quelli lo mordea, e così il consumò di mangiare, ricevendo il fumo e mordendolo.

Questo Fabrat non vendeo bene quella mattina; recolsi ad augura, et a noia prese questo povero saracino e disseli:

«Pagami di ciò che tu hai preso del mio».

Il povero dicea:

«Io non ho preso del tuo mangiare altro che fummo».

«Di ciò c'hai preso mi paga» dicea Fabrat.

Tanto fu la contesa che, per la nova quistione e rozza, non mai più avenuta, n'andaro le novelle al Soldano. Il Soldano per molta novissima cosa raunò ' savi e mandò per costoro. Formò la questione. I savi saracini cominciaro a sottigliare, e chi riputava il fummo non del cuoco, dicendo molte ragioni:

«Il fummo non si può ritenere, e torna ad alimento, e non ha sustanzia né propietade che sia utile: non dee pagare».

Altri diceano:

«Lo fummo era ancora congiunto col mangiare, ed era in costui signoria, et uscia e generavasi della sua propietade; e l'uomo sta per vendere, di suo mistiere; e chi ne prende è usanza che paghi. Se·lla sustanza è sottile, et ha poco, poco paghi».

Molte sentenzie v'ebbe. Finalmente un savio mandò consiglio e disse:

«Poi che quelli sta per vendere, di suo mistiere, et altri per comperare, tu, giusto signore, fa' che 'l facci giustamente pagare la sua derrata secondo la sua valuta. S'ê·lla sua cucina (ch'e' vende dando l'utile propietade di quella) suole prendere utile moneta, et ora c'ha venduto fummo (ch'è la parte sottile ch'esce della cucina), fae, signore, sonare una moneta, e giudica che 'l pagamento s'intenda fatto del suono ch'esce di quella».

E così giudicò il Soldano che fosse osservato.

 

 

IX

Qui divisa d'una bella sentenza che diede lo Schiavo

di Barid'uno borgese e d'uno pellegrino.

 

Uno borgese di Bari andò in romeaggio e lasciò trecento bisanti a un suo amico con queste condizioni e patti:

«Io andrò sì come a Dio piacerà; e s'io non rivenisse, dara'li per l'anima mia; e s'io rivengo a certo termine, quello che tu vorrai mi renderai, e li altri ti terrai».

Andò il pellegrino in suo romeaggio; rivenne al termine ordinato e radomandò i bisanti suoi.

L'amico rispuose:

«Conta il patto».

Lo romeo lo contò a punto.

«Ben dicesti» disse l'amico. «Te' 'diece bisanti ti voglio rendere; i dugentonovanta mi tengo».

Il pellegrino cominciò ad adirarsi dicendo:

«Che fede è questa? Tu mi tolli il mio falsamente».

E l'amico rispondea soavemente:

«Io non ti fo torto; e, s'io lo ti fo, siànne dinanzi alla Signoria».

Richiamo ne fue; lo Schiavo di Bari ne fu giudice. Udìo le parti; formò la quistione onde nacque questa sentenzia, e disse così a colui che ritenne i bisanti:

«Rendi ' dugentonovanta bisanti al pellegrino, e 'l pellegrino ne dea a te ' dieci che tu li hai renduti, però che 'l patto fu tale: »ciò che tu vorrai mi renderai«. Onde i dugentonovanta bisanti ne vuoli, rendili; e i diece, che tu non volei, prendi».

 

 

X

Qui conta come maestro Giordano fue ingannato

da un suo falso discepolo.

 

Uno medico fue, ch'ebbe nome Giordano, il quale avea uno suo falso discepolo. Infermò uno figliuolo d'uno re. Il maestro v'andò e vide ch'era da guarire. Il discepolo, per torre il pregio al maestro, disse al padre:

«Io veggio segni ch'elli morrà certamente»; e, contendendo col maestro, sì fece aprire la bocca allo 'nfermo e, col dito stremo, li vi puose veleno, mostrando molta conoscenza in sulla lingua.

L'uomo morìo. Lo maestro se n'avide: perdeo il pregio suo, e 'l discepolo il guadagnò.

Allora il maestro giurò di mai non medicare se non asini, e fece la fisica delle bestie e de' vili animali.