BIBLIOTHECA AUGUSTANA

 

Brunetto Latini

ca. 1220 - 1294/95

 

Il Tesoretto

 

Testo:

Il Tesoretto, in: Poeti del Duecento

a cura di Gianfranco Contini, Milano 1970

Versione elettronica:

Angus Graham Sultan Qaboos University Oman

 

______________________________________________________________________________

 

 

 

Il Tesoretto

 

Al valente segnore,

di cui non so migliore

sulla terra trovare:

ché non avete pare

5

né 'n pace né in guerra;

sì ch'a voi tutta terra

che 'l sole gira il giorno

e 'l mar batte d'intorno

san' faglia si convene,

10

ponendo mente al bene

che fate per usaggio,

ed a l'alto legnaggio

donde voi sete nato;

e poi da l'altro lato

15

potén tanto vedere

in voi senno e savere

a ogne condizione,

un altro Salamone

pare in voi rivenuto;

20

e bene avén veduto

in duro convenente,

ove ogn'altro semente,

che voi pur migliorate

e tuttora afinate;

25

il vostro cuor valente

poggia sì altamente

in ogne benananza

che tutta la sembianza

d'Alesandro tenete,

30

ché per neente avete

terra, oro ed argento;

sì alto intendimento

avete d'ogne canto,

che voi corona e manto

35

portate di franchezza

e di fina prodezza,

sì ch'Achilès lo prode,

ch'aquistò tante lode,

e 'l buono Ettòr troiano,

40

Lancelotto e Tristano

non valse me' di voe,

quando bisogno fue;

e poi, quando venite

che voi parole dite

45

'n consiglio o 'n aringa,

par ch'aggiate la lingua

del buon Tulio romano

che fu in dir sovrano:

sì buon cominciamento

50

e mezzo e finimento

sapete ognora fare,

e parole acordare

secondo la matera,

ciascuna in sua manera;

55

apresso tutta fiata

avete acompagnata

l'adorna costumanza,

che 'n voi fa per usanza

sì ricco portamento

60

e sì bel reggimento

ch'avanzate a ragione

e Senica e Catone;

e posso dire insomma

che 'n voi, segnor, s'asomma

65

e compie ogne bontate,

e 'n voi solo asembiate

son sì compiutamente

che non falla neente,

se non com' auro fino:

70

io Burnetto Latino,

che vostro in ogne guisa

mi son sanza divisa,

a voi mi racomando.

Poi vi presento e mando

75

questo ricco Tesoro,

che vale argento ed oro:

sì ch'io non ho trovato

omo di carne nato

che sia degno d'avere,

80

né quasi di vedere,

lo scritto ch'io vi mostro

i·llettere d'inchiostro.

Ad ogn'altro lo nego,

ed a voi faccio priego

85

che lo tegnate caro,

e che ne siate avaro:

ch'i' ho visto sovente

viltenere a la gente

molto valente cose;

90

e pietre prezïose

son già cadute i·lloco

che son grandite poco.

Ben conosco che 'l bene

assai val men, chi 'l tene

95

del tutto in sé celato,

che quel ch'è palesato,

sì come la candela

luce men, chi la cela.

Ma i' ho già trovato

100

in prosa ed in rimato

cose di grande assetto,

e poi per gran sagretto

l'ho date a caro amico:

poi, con dolor lo dico,

105

lu' vidi in man d'i fanti,

e rasemprati tanti

che si ruppe la bolla

e rimase per nulla.

S'aven così di questo,

110

si dico che sia pesto,

e di carta in quaderno

sia gittato in inferno.

 

Lo Tesoro conenza.

Al tempo che Fiorenza

115

froria, e fece frutto,

sì ch'ell'era del tutto

la donna di Toscana

(ancora che lontana

ne fosse l'una parte,

120

rimossa in altra parte,

quella d'i ghibellini,

per guerra d'i vicini),

esso Comune saggio

mi fece suo messaggio

125

all'alto re di Spagna,

ch'or è re de la Magna

e la corona atende,

se Dio no·llil contende:

ché già sotto la luna

130

non si truova persona

che, per gentil legnaggio

né per altro barnaggio,

tanto degno ne fosse

com' esto re Nanfosse.

135

E io presi campagna

e andai in Ispagna

e feci l'ambasciata

che mi fue ordinata;

e poi sanza soggiorno

140

ripresi mio ritorno,

tanto che nel paese

di terra navarrese,

venendo per la calle

del pian di Runcisvalle,

145

incontrai uno scolaio

su 'n un muletto vaio,

che venia da Bologna,

e sanza dir menzogna

molt' era savio e prode:

150

ma lascio star le lode,

che sarebbono assai.

Io lo pur dimandai

novelle di Toscana

in dolce lingua e piana;

155

ed e' cortesemente

mi disee immantenente

che guelfi di Firenza

per mala provedenza

e per forza di guerra

160

eran fuor de la terra,

e 'l dannaggio era forte

di pregioni e di morte.

Ed io, ponendo cura,

tornai a la natura

165

ch'audivi dir che tene

ogn'om ch'al mondo vene:

nasce prim[er]amente

al padre e a' parenti,

e poi al suo Comuno;

170

ond' io non so nessuno

ch'io volesse vedere

la mia cittade avere

del tutto a la sua guisa,

né che fosse in divisa;

175

ma tutti per comune

tirassero una fune

di pace e di benfare,

ché già non può scampare

terra rotta di parte.

180

Certo lo cor mi parte

di cotanto dolore,

pensando il grande onore

e la ricca potenza

che suole aver Fiorenza

185

quasi nel mondo tutto;

e io, in tal corrotto

pensando a capo chino,

perdei il gran cammino,

e tenni a la traversa

190

d'una selva diversa.

 

Ma tornando a la mente,

mi volsi e posi mente

intorno a la montagna;

e vidi turba magna

195

di diversi animali,

che non so ben dir quali:

ma omini e moglieri,

bestie, serpent' e fiere,

e pesci a grandi schiere,

200

e di molte maniere

ucelli voladori,

ed erbi e frutti e fiori,

e pietre e margarite

che son molto gradite,

205

e altre cose tante

che null'omo parlante

le porria nominare

né 'n parte divisare.

Ma tanto ne so dire:

210

ch'io le vidi ubidire,

finire e cominciare,

morire e 'ngenerare

e prender lor natura,

sì come una figura

215

ch'i vidi, comandava.

Ed ella mi sembrava

come fosse incarnata:

talora isfigurata;

talor toccava il cielo,

220

sì che parea su' velo,

e talor lo mutava,

e talor lo turbava

(al suo comandamento

movëa il fermamento);

225

e talor si spandea,

sì che 'l mondo parea

tutto nelle sue braccia;

or le ride la faccia,

un'ora cruccia e duole,

230

poi torna come sòle.

E io, ponendo mente

a l'alto convenente

e a la gran potenza

ch'avea, e la licenza,

235

uscìo de·rreo pensiero

ch'io avëa primero,

e fe' proponimento

di fare un ardimento

per gire in sua presenza

240

con degna reverenza,

in guisa ch'io vedere

la potessi, e savere

certanza di suo stato.

E poi ch'i' l'ei pensato,

245

n'andai davanti lei

e drizzai gli occhi miei

a mirar suo corsaggio.

E tanto vi diraggio,

che troppo era gran festa

250

li capel de la testa,

si ch'io credea che 'l crino

fosse d'un oro fino

partito sanza trezze;

e l'altre gran bellezze

255

ch'al volto son congiunte

sotto la bianca fronte,

li belli occhi e le ciglia

e le labbra vermiglia

e lo naso afilato

260

e lo dente argentato,

la gola biancicante

e l'altre biltà tante

composte ed asettate

e 'n su' loco ordinate,

265

lascio che no·lle dica,

né certo per fatica

né per altra paura:

ma lingua né scrittura

non seria soficente

270

a dir compiutamente

le bellezze ch'avea,

né quant' ella potea

in aria e in terra e in mare

e 'n fare e in disfare

275

e 'n generar di nuovo,

di congetto o d'ovo

d'altra incomincianza,

ciascuna in sua sembianza.

E vidi in sua fattura

280

ched ogne creatura

ch'avea cominciamento,

venï' a finimento.

 

Ma puoi ch'ella mi vide,

la sua cera che ride

285

inver' di me si volse,

e puoi a sé m'acolse

molto covertamente,

e disse immantenente:

"Io sono la Natura,

290

e sono una fattura

de lo sovran Fattore.

Elli è mio creatore:

io son da Lui creata

e fui incominciata;

295

ma la Sua gran possanza

fue sanza comincianza.

E' non fina né more;

ma tutto mio labore,

quanto che io l'alumi,

300

convien che si consumi.

Esso è onipotente;

ma io non pos' neente

se non quanto concede.

Esso tanto provede

305

e è in ogne lato

e sa ciò ch'è passato

e 'l futuro e 'l presente;

ma io non son saccente

se non di quel che vuole:

310

mostrami, come suole,

quello che vuol ch'i' faccia

e che vol ch'io disfaccia,

ond'io son Sua ovrera

di ciò ch'Esso m'impera.

315

Così in terra e in aria

m'ha fatta sua vicaria:

Esso dispose il mondo,

e io poscia secondo

lo Suo comandamento

320

lo guido a Suo talento.

 

A te dico, che m'odi,

che quattro so·lli modi

che Colui che governa

lo secolo in eterna,

325

mise ['n] operamento

a lo componimento

di tutte quante cose

son, palese e nascose.

L'una, ch'eternalmente

330

fue in divina mente

immagine e figura

di tutta Sua fattura;

e fue questa sembianza

lo mondo in somiglianza.

335

Di poi, al Suo parvente

sì creò di neente

una grossa matera,

che non avea manera

né figura né forma,

340

ma sì fu di tal norma,

che ne potea ritrare

ciò che volea formare.

Poi, lo Suo intendimento

mettendo a compimento,

345

sì lo produsse in fatto;

ma non fece sì ratto,

né non ci fu sì pronto,

ch'Elli in un solo punto

lo volessi compiére,

350

com' Elli avea il podere:

ma sei giorni durao,

il settimo posao.

Apresso il quarto modo

è questo ond' io godo,

355

ch'ad ogne crëatura

dispuose per misura

secondo il convenente

suo corso e sua semente;

e a questa quarta parte

360

ha loco la mi' arte,

sì che cosa che sia

non ha nulla balìa

di far né più né meno

se non a questo freno.

365

Ben dico veramente

che Dio onnipotente,

Quello ch'è capo e fine,

per gran forze divine

pò in ogne figura

370

alterar la natura

e far Suo movimento

di tutto ordinamento:

sì come déi savere,

quando degnò venire

375

la Maestà sovrana

a prender carne umana

nella Virgo Maria,

che contra l'arte mia

fu 'l suo ingeneramento

380

e lo Suo nascimento,

ché davanti e da puoi,

sì come savén noi,

fue netta e casta tutta,

vergine non corrotta.

385

Poi volse Idio morire

per voi gente guerire

e per vostro soccorso;

allor tutto mio corso

mutò per tutto 'l mondo

390

dal cielo infi·l profondo,

ché 'l sole iscurao,

la terra termentao:

tutto questo avenia

chè 'l mio Segnor patia.

 

395

E perciò che 'l me' dire

io lo voglio ischiarire,

sì ch'io non dica motto

che tu non sappie 'n tutto

la verace ragione

400

e la condizïone,

farò mio detto piano,

che pur un solo grano

non sia che tu non sacci:

ma vo' che tanto facci,

405

che lo mio dire aprendi,

sì che tutto lo 'ntendi;

e s'io parlassi iscuro,

ben ti faccio sicuro

di dicerlo in aperto,

410

sì che ne sie ben certo.

Ma perciò che la rima

si stringe a una lima

di concordar parole

come la rima vuole,

415

sì che molte fiate

le parole rimate

ascondon la sentenza

e mutan la 'ntendenza,

quando vorrò trattare

420

di cose che rimare

tenesse oscuritate,

con bella brevetate

ti parlerò per prosa,

e disporrò la cosa

425

parlandoti in volgare,

che tu intende ed apare.

 

Omai a ciò ritorno,

che Dio fece lo giorno

e la luce gioconda

430

e cielo e terra ed onda,

e l'aire crëao

e li angeli fermao,

ciascun partitamente:

e tutto di neente.

435

Poi la SECONDA dia

per la Sua gran balìa

stabilìo 'l fermamento

e 'l suo ordinamento.

Il TERZO, ciò mi pare,

440

ispecificò 'l mare

e la terra divise

e 'n ella fece e mise

ogne cosa barbata

che 'n terra e radicata.

445

Al QUARTO dì presente

fece compiutamente

tutte le luminare,

stelle diverse e vare.

Nella QUINTA giornata

450

sì fu da Lui crëata

ciascuna crëatura

che nota in acqua pura.

Lo SESTO dì fu tale,

che fece ogn'animale,

455

e fece Adamo ed Eva,

che puoi ruppe la treva

del Suo comandamento.

Per quel trapassamento

mantenente fu miso

460

fòra di Paradiso,

dov'era ogne diletto,

sanza neuno espetto

di fredo o di calore,

d'ira né di dolore;

465

e per quello peccato

lo loco fue vietato

mai sempre a tutta gente.

Così fu l'uom perdente:

d'esto peccato tale

470

divenne l'om mortale,

e ha lo male e 'l danno

e l'agravoso afanno

qui e nell'altro mondo.

Di questo greve pondo

475

son gli uomini gravati

e venuti em peccati,

perché 'l serpente antico,

che è nostro nemico,

sodusse a rea maniera

480

quella primaia mogliera.

Ma per lo mio sermone

intendi la ragione

perché fu ella fatta

e de la costa tratta:

485

prima, che l'uomo atasse;

poi, che multipricasse,

e ciascun si guardasse

con altra non fallasse.

Omai il coninciamento

490

e 'l primo nascimento

di tutte crëature

t'ho detto, se me cure.

Ma sacce che 'n due guise

lo Fattor lo devise:

495

ché l'une veramente

son fatte di neente,

ciò son l'anim' e 'l mondo,

e li angeli secondo;

ma tutte l'altre cose,

500

quantunque dicere ose,

son d'alcuna matera

fatte per lor manera".

 

E poi che l'ebbe detto,

davanti al suo cospetto

505

mi parve ch'io vedesse

che gente s'acogliesse

di tutte le nature

(sì come le figure

son tutte divisate

510

e diversificate),

per domandar da essa

ch'a ciascun sia permessa

sua bisogna compiére;

ed essa, ch'al ver dire

515

ad ognuna rendea

ciò ched ella sapea

che 'l suo stato richiede,

così in tutto provede.

E io, sol per mirare

520

lo suo nobile affare,

quasi tutto smarrìo;

ma tant' era 'l disio,

ch'io avea, di sapere

tutte le cose vere

525

di ciò ch'ella dicea,

ch'ognora mi parea

maggior che tutto 'l giorno:

sì ch'io non volsi torno,

anzi m'inginocchiai

530

e merzé le chiamai

per Dio, che le piacesse

ched ella m'acompiesse

tutta la grande storia

ond'ella fa memoria.

535

Ella disse esavia:

"Amico, io ben vorria

che ciò che vuoli intendere

tu lo potessi imprendere,

e sì sotile ingegno

540

e tanto buon ritegno

avessi, che certanza

d'ognuna sottiglianza

ch'io volessi ritrare,

tu potessi aparare

545

e ritenere a mente

a tutto 'l tuo vivente.

E comincio da prima

al sommo ed a la cima

de le cose crëate,

550

di ragione informate

d'angelica sustanza,

che Dio a Sua sembianza

crëò a la primera.

Di sì ricca manera

555

li fece in tutte guise

che 'n esse furo assise

tutte le buone cose

valenti e prezïose

e tutte le vertute

560

ed eternal salute;

e diede lor bellezza

di membra e di clarezza,

sì ch'ogne cosa avanza

biltate e beninanza;

565

e fece lor vantaggio

tal chent' io diraggio:

che non possen morire

né unquema' finire.

 

E quando Lucifero

570

si vide così clero

e in sì grande stato

grandito ed innorato,

di ciò s'insuperbio,

e 'ncontro al vero Dio,

575

Quello che l'avea fatto,

pensao d'un maltratto,

credendo Elli esser pare.

Così volse locare

sua sedia in aquilone,

580

ma la sua pensagione

li venne sì falluta

che fu tutt' abattuta

sua folle sorcudanza,

in sì gran malenanza

585

che, s'io voglio 'l ver dire,

chi lo volse seguire

tenersi con esso

de regno for fu messo,

e piovvero in inferno

590

e 'n fuoco sempiterno.

 

Apresso imprimamente

in guisa di serpente

ingannò collo ramo

Eva, e poi Adamo;

595

e chi chi neghi o dica,

tutta la gran fatica,

la doglia e 'l marrimento,

lo danno e 'l pensamento

e l'angoscia e le pene

600

che la gente sostene,

lo giorno e 'l mese e l'anno,

venne da quello inganno;

e·lado ingenerare

e lo grave portare

605

e 'l parto doloroso

e 'l nudrir faticoso

che voi ci sofferite,

tutto per ciò l'avete;

lavorero di terra,

610

astio, invidia e guerra,

omicidio a peccato

di ciò fue coninciato:

ché 'nanti questo tutto

facea la terra frutto

615

sanza nulla semente

briga d'on vivente.

 

Ma questa sottiltate

tocc' a Divinitate,

ed io non m'intrametto

620

di punto così stretto,

e non aggio talento

di sì gran fondamento

trattar con omo nato.

Ma quello che m'è dato,

625

io lo faccio sovente:

che se tu poni mente,

ben vedi li animali

ch'io no·lli faccio iguali

né d'una concordanza

630

in vista né in sembianza;

erbe e fiori e frutti,

così gli albori tutti:

vedi che son divisi

le natur' e li visi.

635

Acciò che t'ho contato

che l'omo fu plasmato

posci' ogne crëatura,

se ci ponessi cura,

vedrai palesemente

640

che Dio onnipotente

volse tutto labore

finir nello migliore:

ca chi ben inconinza

audivi per sentenza

645

ched ha bon mezzo fatto;

ma guardi, puoi dal tratto,

ca di reo compimento

aven dibassamento

di tutto 'l convenente;

650

ma chi orratamente

fina suo coninciato,

da la gente è laudato,

sì come dice un motto:

"La fine loda tutto".

655

E tutto ciò ch'on face,

pensa o parla o tace,

a tutte guise intende

a la fine ch'atende:

dunqu' è più grazìosa

660

la fine d'ogne cosa

che tutto l'altro fatto.

Però ad ogne patto

dé omo accivire

ciò che porria seguire

665

di quella che conenza,

ch'aia bella partenza.

 

E l'om, se Dio mi vaglia,

crëato fu san' faglia

la più nobile cosa

670

e degna e prezïosa

di tutte crëature:

così Que' ch'è 'n alture

li diede segnoria

d'ogne cosa che sia

675

in terra figurata;

ver' è ch'è 'nvizïata

de lo primo peccato

dond' è 'l mondo turbato.

Vedi ch'ogn'animale

680

per forza naturale

la testa e 'l viso bassa

verso la terra bassa,

per far significanza

de la grande bassanza

685

di lor condizïone,

che son sanza ragione

e seguon lor volere

sanza misura avere:

ma l'omo ha d'alta guisa

690

sua natura divisa

per vantaggio d'onore,

che 'n alto a tutte l'ore

mira per dimostrare

lo suo nobile affare,

695

ched ha per conoscenza

e ragione e scienza.

Dell'anima dell'uomo

io ti diraggio como

è tanto degna e cara

700

e nobile e preclara

che pote a compimento

aver conoscimento

di ciò ch'è ordinato

(sol se·nno fue servato

705

in divina potenza):

però sanza fallenza

fue l'anima locata

e messa e consolata

ne lo più degno loco,

710

ancor che sïa poco,

ched è chiamato core.

Ma 'l capo n'è segnore,

ch'è molto degno membro;

e s'io ben mi rimembro,

715

esso è lume e corona

di tutta la persona.

Ben è vero che 'l nome

è divisato, come

la forza e la scïenza:

720

ché l'anima in parvenza

si divide e si parte

e ovra in prusor parte.

Che se tu poni cura

quando la crïatura

725

vede vivificata,

è ANIMA chiamata;

ma la voglia e l'ardire

usa la gente dire:

"Quest' è l'ANIMO mio,

730

questo voglio e disio";

e l'om savio e saccente

dicon c'ha buona MENTE;

e chi sa giudicare

e per certo trïare

735

lo falso dal diritto,

RAGIONE è nome detto;

e chi saputamente

un grave punto sente

in fatt' o in dett' o in cenno,

740

quelli è chiamato SENNO;

e quando l'omo spira,

l'alena manda e tira,

è SPIRITO chiamato.

Così t'aggio contato

745

che 'n queste sei partute

si parte la vertute

ch'all'anima fu data,

e così consolata.

Nel capo son tre çelle,

750

e io dirò di quelle.

Davanti è lo ricetto

di tutto lo 'NTELLETTO

e la forza d'aprendere

quello che puoi intendere;

755

in mezzo è la RAGIONE

e la discrezïone,

che cerne ben da male,

e lo torto e l'iguale;

di dietro sta con gloria

760

la valente memoria,

che ricorda e ritene

quello che 'n esso avene.

Così, se tu ti pensi,

son fatti cinque sensi,

765

d'i quai ti voglio dire:

lo VEDERE e l'UDIRE,

l'ODORARE e 'l GOSTARE,

e dapoi lo TOCCARE;

questi hanno per ofizio

770

che lo bene e lo vizio,

li fatti e le favelle

ritornano a le zelle

ch'i' v'aggio nominate,

e loco son pesate.

 

775

Ancor son quattro omori

di diversi colori,

che per la lor cagione

fanno la compressione

d'ogne cosa formare

780

e sovente mutare,

sì come l'una avanza

le altre in sua possanza:

ché l'una è 'n segnoria

de la MALINCONIA,

785

la quale è freda e secca,

certo di lada tecca;

un'altr' è in podere

di SANGUE, al mio parere,

ch'è caldo ed omoroso

790

e fresco e gioioso;

FREMA in alto monta,

ch'umido e fredo pont' à,

e par che sia pesante

quell'omo, e più pensante;

795

poi la COLLERA vene,

che caldo e secco tene,

e fa l'omo leggiero,

presto e talor fero.

E queste quattro cose,

800

così contrarïose

e tanto disiguali,

in tutti l'animali

mi convene acordare

ed i·lor temperare,

805

e rinfrenar ciascuno,

si ch'io li torni a uno,

si ch'ogne corpo nato

ne sia compressionato;

e sacce ch'altremente

810

non si faria neente.

 

Altresì tutto 'l mondo

dal ciel fin lo profondo

è di quattro aulimenti

fatto ordinatamenti:

815

d'ARIA, d'ACQUA e di FOCO

e di TERRA in suo loco;

ché, per fermarlo bene,

sottilmente convene

lo fredo per calore

820

e 'l secco per l'omore

e tutti per ciascuno

sì rinfrenar a uno

che la lor discordanza

ritorni in iguaglianza:

825

ché ciascuno è contrario

a l'altro ch'è disvario.

Ogn'omo ha sua natura

e diversa fattura,

e son talor dispàri:

830

ma io li faccio pari,

e tutta lor discordia

ritorno in tal concordia,

che io per lo·ritegno

lo mondo e lo sostegno,

835

salva la volontade

de la Divinitade.

 

Ben dico veramente

che Dio onnipotente

fece sette pianete,

840

ciascuna in sua parete,

e dodici segnali

(io ti dirò ben quali);

e fue il Suo volere

di donar lor podere

845

in tutte crëature

secondo lor nature.

Ma sanza fallimento

sotto meo reggimento

è tutta la loro arte,

850

sicché nesun si parte

dal corso che li ho dato,

a ciascun misurato.

E dicendo lo vero,

cotal è lor mistiero,

855

che metton forza e cura

in dar fredo e calura

e piova e neve e vento,

sereno e turbamento.

E s'altra provedenza

860

fue messa i·llor parvenza,

no 'nde farò menzione,

ché picciola cagione

ti porria far errare:

ché tu déi pur pensare

865

che le cose future,

e l'aperte e le scure,

la somma Maestate

ritenne in potestate.

 

Ma se di storlomia

870

vorrai saper la via,

de la luna e del sole

come saper si vuole,

e di tutte pianete,

qua 'nanzi l'udirete,

875

andando in quelle parte

dove son le sette arte.

 

Ben so che lungiamente

intorno al convenente

aggioti ragionato,

880

sl ch'io t'aggio contato

una lunga matera

certo in breve manera.

E se m'hai bene inteso,

nel mio dire ho compreso

885

tutto 'l coninciamento

e 'l primo nascimento

d'ogne cosa mondana

e de la gente umana;

e hotti detto un poco,

890

come s'avene loco,

de la Divinitate;

e holle intralasciate,

sì come quella cosa

ched è sì prezïosa

895

e sì alta e sì degna

che non par che s'avegna

che mette intendimento

in sì gran fondamento:

ma tu sempicemente

900

credi veracemente

ciò che la Chiesa Santa

ne predica e ne canta.

 

Apresso t'ho contato

del ciel com' è stellato,

905

ma quando fie stagione

udirai la cagione

del ciel com' è ritondo

e del sido del mondo.

Ma non sarà pe·rima,

910

com' e scritto di prima

ma per piano volgare

ti fie detto l'affare

e mostrato in aperto,

che ne sarai ben certo.

 

915

Ond'io ti priego ormai,

per la fede che m'hai,

che ti piaccia partire:

ché mi conviene gire

per lo mondo d'intorno,

920

e di notte e di giorno

avere studio e cura

in ogne crëatura

ch'è sotto mio mestero;

e faccio a Dio preghiero

925

che ti conduca e guidi

en tutte parti, e fidi".

 

Apresso esta parola

voltò 'l viso e la gola,

e fecemi sembianza

930

che sanza dimoranza

volesse visitare

e li fiumi e lo mare.

E, sanza dir fallenza,

ben ha grande potenza,

935

ché, s'io vo' dir lo vero,

lo suo alto mistero

è una maraviglia:

ché 'n un'ora compiglia

e cielo e terra e mare

940

compiendo suo affare,

ché 'n così poco stando

al suo breve comando

io vidi apertamente,

come fosse presente,

945

i fiumi principali,

che son quattro, li quali,

secondo il mio aviso,

movon di Paradiso,

ciò son Tigre e Fisòn,

950

Eofrade e Gïòn.

L'un se ne passa a destra

e l'altro ver' sinestra,

lo terzo corre in zae

e 'l quarto va di lae:

955

sì ch'EUFRADE passa

ver' Babillona cassa

i·Mesopotanìa,

e mena tuttavia

le pietre preziose

960

e gemme dignitose

di troppo gran valore

per forza e per colore.

GÏÒN va in Etïopia,

e per la grande copia

965

d'acqua che 'n esso abonda,

bagna de la sua onda

tutta terra d'Egitto

e l'amolla a diritto

una fiata l'anno

970

e ristora lo danno

che lo 'Gitto sostene,

che mai pioggia non viene:

così serva su' filo

ed è chiamato Nilo;

975

d'un su' ramo si dice

ched ha nome Calice.

TIGRE tien altra via,

chè corre per Soria

sì smisuratamente

980

che non è om vivente

che dica che vedesse

cosa che sì corresse.

FISÒN va più lontano,

ed è da noi sì strano

985

che, quando ne ragiono,

io non trovo nessuno

che l'abbia navicato,

né 'n quelle parti andato.

E in poca dimora

990

provide per misura

le parti del Levante,

lì dove sono tante

gemme di gran vertute

e di molte salute;

995

e sono in quello giro

balsime ed ambra e tiro

e lo pepe e lo legno

aloè, ch'è sì degno,

e spigo e cardamomo,

1000

gengiov' e cennamomo

e altre molte spezie,

che ciascuna in sua spezie

è migliore e più fina

e sana in medicina.

1005

Apresso in questo poco

mise in asetto loco

le tigre e li grifoni

e leofanti e leoni,

cammelli e drugomene

1010

e badalischi e gene

e pantere e castoro,

le formiche dell'oro

e tanti altri animali

ch'io non posso dir quali,

1015

che son sì divisati

e sì dissomigliati

di corpo e di fazzone,

di sì fera ragîone

e di sì strana taglia

1020

ch'io non credo, san' faglia,

ch'alcuno omo vivente

potesse veramente

per lingua o per scritture

recittar le figure

1025

de le bestie ed uccelli,

tanto son, laidi e belli.

Poi vidi immantenente

la regina piagente

che stendëa la mano

1030

verso 'l mare Ucïano,

quel che cinge la terra

e che la cerchia e serra,

e ha una natura

ch'è a veder ben dura,

1035

ch'un'ora cresce molto

e fa grande timolto,

poi torna in dibassanza;

così fa per usanza:

or prende terra, or lassa,

1040

or monta, or dibassa;

e la gente per motto

dicon c'ha nome fiotto.

E io, ponendo mente

là oltre nel ponente

1045

apresso questo mare,

vidi diritto stare

gran colonne, le quale

vi pose per segnale

Ercolès lo potente,

1050

per mostrare a la gente

che loco sia finata

la terra e terminata:

ch'egli per forte guerra

avea vinta la terra

1055

per tutto l'uccidente,

e non trova più gente.

Ma doppo la Sua morte

sì son gente raccorte

e sono oltre passati,

1060

sì che sono abitati

di là, in bel paese

e ricco per le spese.

 

Di questo mar ch'i' dico

vidi per uso antico

1065

nella perfonda Spagna

partire una rigagna

di questo nostro mare,

che cerehia, ciò mi pare,

quasi lo mondo tutto,

1070

sì che per suo condotto

ben pò chi sa dell'arte

navicar tutte parte,

e gire in quella guisa

di Spagna infin a Pisa

1075

e 'n Grecia ed in Toscana

e 'n terra ciciliana

e nel Levante dritto

e in terra d'Igitto.

Ver' è che 'n orïente

1080

lo mar volta presente

ver' lo settantrïone

per una regïone

dove lo mar non piglia

terra che sette miglia;

1085

poi torna in ampiezza,

e poi in tale stremezza

ch'io non credo che passi

che cinquecento passi.

 

Da questo mar si parte

1090

lo mar che non comparte,

là 'v'e la regïone

di Vinegia e d'Ancone:

così ogn'altro mare

che per la terra pare

1095

di traverso e d'intorno,

si move e fa ritorno

in questo mar pisano

ov'è 'l mare Occïano.

 

E io che mi sforzava

1100

di ciò che io mirava

saver lo certo stato,

tanto andai d'ogne lato

ch'io vidi apertamente,

davanti al mio vidente,

1105

di ciascuno animale

e lo bene e lo male

e la lor condizione

e la 'ngenerazione

e lo lor nascimento

1110

e lo cominciamento

e tutta loro usanza,

la vista e la sembianza.

 

Ond'io aggio talento

nello mio parlamento

1115

ritrare ciò ch'io vidi.

Non dico ch'io m'afidi

di contarlo pe·rima

dal piè fin a la cima,

ma 'n bel volgare e puro,

1120

tal che non sia oscuro,

vi dicerò per prosa

quasi tutta la cosa

qua 'nanti da la fine,

perché paia più fine.

 

1125

Da poi ch'a la Natura

parve che fosse l'ora

del mio dipartimento,

con gaio parlamento

sl cominciò a dire

1130

parole da partire

con grazia e con amore;

e faccendomi onore

disse: "Fi' di Latino,

guarda che 'l gran cammino

1135

non torni esta semmana,

ma questa selva piana,

che tu vedi a sinestra,

cavalcherai a destra.

Non ti paia travaglia,

1140

ché tu vedrai san' faglia

tutte le gran sentenze

e le dure credenze;

e poi da l'altra via

vedrai Fisolofia

1145

e tutte sue sorelle;

e poi udrai novelle

de le quattro Vertute;

e se quindi ti mute,

troverai la Ventura;

1150

a cui se poni cura,

ché non ha certa via,

vedrai Baratteria,

che 'n sua corte si tene

di diare e male e bene;

1155

e se non hai timore,

vedrai i·Dio d'Amore,

e vedrai molte gente

che 'l servono umilmente,

e vedrai le saette

1160

che fuor de l'arco mette.

Ma perché tu non cassi

in questi duri passi,

te', porta questa segna

che nel mio nome regna.

1165

E se tu fossi giunto

d'alcun gravoso punto,

tosto lo mostra fuore:

non fia sì duro core

che per la mia temenza

1170

non t'aggia in reverenza".

E io gechitamente

ricevetti 'l presente,

la 'nsegna che mi diede;

poi le basciai il piede

1175

e mercé le gridai,

ch'ella m'avesse ormai

per suo racomandato.

E quando io fui girato,

già più no·lla rividi.

1180

Or conven ch'io mi guidi

ver' là dove mi disse

'nanti che si partisse.

 

Or va mastro Burnetto

per un sentiero stretto,

1185

cercando di vedere

e toccar e sapere

ciò che l'è destinato;

e non fu' guari andato

ch'i' fu' nella deserta,

1190

dov' io non trovai certa

né strada né sentero.

Deh, che paese fero

trovai in quella parte!

Ché, s'io sapesse d'arte,

1195

quivi mi bisognava,

ché, quanto io più mirava,

più mi parea salvaggio:

quivi non ha vïaggio,

quivi non ha magione,

1200

quivi non ha persone,

non bestia, non uccello,

non fiume, non ruscello,

né formica né mosca

né cosa ch'io cognosca.

 

1205

Ed io, pensando forte,

dottai ben de la morte:

e non è maraviglia,

ché ben trecento miglia

durava d'ogne lato

1210

quel paese ismaggiato.

Ma sì m'asicurai

quando mi ricordai

del sicuro segnale

che contra tutto male

1215

mi dà sicuramento;

e io presi andamento

quasi per aventura

per una valle scura,

tanto ch'al terzo giorno

1220

io mi trovai d'intorno

un grande pian giocondo,

lo più gaio del mondo

e lo più dilettoso.

Ma ricontar non oso

1225

ciò ch'i' trovai e vidi:

se Dio mi porti e guidi,

io non sarei creduto

di ciò ch'i' ho veduto;

ch'i' vidi imperadori

1230

e re e gran segnori,

e mastri di scïenze

che dittavan sentenze,

e vidi tante cose

che già in rime né in prose

1235

no·lle porria contare;

ma sopra tutti stare

vidi una imperadrice

di cui la gente dice

che ha nome Vertute,

1240

ed è capo e salute

di tutta costumanza

e de la buona usanza

e d'i be' reggimenti

a che vivon le genti;

1245

e vidi agli occhi miei

esser nate di lei

quattro regine figlie;

e strane maraviglie

vidi di ciascheduna,

1250

ch'or mi parea pur una,

or mi parean divise

e 'n quattro parti mise,

sì ch'ognuna per séne

tenean sue propie mene,

1255

ed avean su' legnaggio,

su' corso e su' vïaggio,

e 'n sua propria magione

tenean corte e ragione;

ma non già di paraggio,

1260

ché l'un' è troppo maggio,

e poi di grado a grado

catuna va più rado.

 

E io, ch'avea il volere

di più certo sapere

1265

la natura del fatto,

mi mossi sanza patto

di domandar fidanza,

e trassimi a l'avanza

de la corte maggiore,

1270

che v'è scritto 'l tenore

d'una cotal sentenza:

"Qui demora PRODENZA,

cui la gente in volgare

suole Senno chiamare".

1275

E vidi ne la corte,

là dentro fra le porte,

quattro donne reali

che corte principali

tenean ragion ed uso.

1280

Poi mi tornai là giuso

a un altro palazzo,

e vidi in bello stazzo

scritto per sottiglianza:

"Qui sta la TEMPERANZA,

1285

cui la gente talora

suol chiamare Misura".

E vidi là d'intorno

dimorare a soggiorno

cinque gran principesse,

1290

e vidi ch'elle stesse

tenean gran parlamento

di ricco insegnamento.

Poi nell'altra magione

vidi in un gran pedrone

1295

scritto per sottigliezza:

"Qui dimora FORTEZZA,

cui talor per usaggio

Valenza-di-coraggio

la chiama alcuna gente".

1300

Poi vidi immantenente

quattro ricche contesse,

e gente rade e spesse

che stavano a udire

ciò ch'elle volean dire.

1305

E partendomi un poco,

io vidi in altro loco

la donna incoronata

per una caminata,

che menava gran festa

1310

e talor gran tempesta;

e vidi che lo scritto,

ch'era di sopra fitto

in lettera dorata,

dicea: "Io son chiamata

1315

GIUSTIZIA in ogne parte".

E vidi i·l'altra parte

quattro maestre grandi,

e a li lor comandi

si stavano ubidenti

1320

quasi tutte le genti.

Così, s'i' non misconto,

eran venti per conto

queste donne reali

che de le principali

1325

son nate per lignaggio,

sì come detto v'aggio.

E s'io contar volesse

ciò ch'io ben vidi d'esse

insieme ed in divisa,

1330

non credo i·nulla guisa

che iscrittura capesse

né che lingua potesse

divisar lor grandore,

né 'l bene né 'l valore.

1335

Però più non ne dico;

ma sì pensai con meco

che quattro n'ha tra loro

cu' i' credo ed adoro

assai più coralmente,

1340

perché 'l lor convenente

mi par più grazïoso

e a la gente in uso:

Cortesia e Larghezza

e Leanza e Prodezza.

1345

Di tutte e quattro queste

il puro sanza veste

dirò in questo libretto:

dell'altre non prometto

di dir né di ritrare;

1350

ma chi 'l vorrà trovare,

cerchi nel gran Tesoro

ch'io fatt' ho per coloro

c'hanno il core più alto:

là farò grande salto

1355

per dirle più distese

ne la lingua franzese.

 

Ond' io ritorno ormai

per dir come trovai

le tre a gran dilizia

1360

in casa di Giustizia,

ché son sue descendenti

e nate di parenti.

E io m'andai da canto

e dimora'vi tanto

1365

ched i' vidi Larghezza

mostrare con pianezza

ad un bel cavalero

come nel suo mistero

si dovesse portare.

1370

E dicìe, ciò mi pare:

"Se tu vuol' esser mio,

di tanto t'afid' io,

che nullo tempo mai

di me mal non avrai,

1375

anzi sarai tuttore

in grandezza e in onore,

ché già om per larghezza

non venne in poverezza.

Ver' è ch'assai persone

1380

dicon ch'a mia cagione

hanno l'aver perduto,

e ch'è loro avenuto

perché son larghi stati;

ma troppo sono errati:

1385

ché, como è largo quelli

che par che s'acapilli

per una poca cosa

ove onor grande posa,

e 'n un'altra bruttezza

1390

farà sì gra·larghezza

che fie dismisuranza?

Ma tu sappie 'n certanza

che null' ora che sia

venir non ti poria

1395

la tua ricchezza meno

se ti tieni al mio freno

nel modo ch'io diraggio:

ché quelli è largo e saggio

che spende lo danaro

1400

per salvar l'ogostaro.

Però in ogne lato

ti membri di tu' stato

e spendi allegramente;

e non vo' che sgomente

1405

se più che sia ragione

despendi a le stagione,

anz' è di mio volere

che tu di non vedere

te infinghi a le fïate,

1410

se danari o derrate

ne vanno per onore:

pensa che sia il migliore.

E se cosa adivenga

che spender ti convenga,

1415

guarda che sia intento,

sì che non paie lento:

ché dare tostamente

è donar doppiamente,

e dar come sforzato

1420

perde lo dono e 'l grato;

ché molto più risplende

lo poco, chi lo spende

tosto e a larga mano,

che que' che da lontano

1425

dispende gran ricchezza

e tardi, con durezza.

 

Ma tuttavia ti guarda

d'una cosa che 'mbarda

la gente più che 'l grado,

1430

cioè gioco di dado:

ché non è di mia parte

chi si gitta in quell'arte,

anz' è disvïamento

e grande struggimento.

1435

Ma tanto dico bene,

se talor ti convene

giocar per far onore

ad amico o a segnore,

che tu giuochi al più grosso,

1440

e non dire: "I' non posso".

Non abbie in ciò vilezza,

ma lieta gagliardezza;

e se tu perdi posta,

paia che non ti costa:

1445

non dicer villania

né mal motto che sia.

 

Ancor, chi s'abandona

per astio di persona,

e per sua vanagroria

1450

esce de la memoria

a spender malamente,

non m'agrada neente;

e molto m'è rubello

chi dispende in bordello

1455

e va perdendo 'l giorno

in femine d'intorno.

Ma chi di suo bon core

amasse per amore

una donna valente,

1460

se talor largamente

dispendesse o donasse

(non sì che folleggiasse),

be·llo si puote fare,

ma no'l voglio aprovare.

 

1465

E tegno grande scherna

chi dispende in taverna;

e chi in ghiottornia

si getta, o in beveria,

è peggio che omo morto

1470

e 'l suo distrugge a torto.

E ho visto persone

ch'a comperar capone,

pernice e grosso pesce,

lo spender no·lli 'ncresce:

1475

ché, come vol sien cari,

pur trovansi i danari,

sì pagan mantenente,

e credon che la gente

lili ponga i·llarghezza;

1480

ma ben è gran vilezza

ingolar tanta cosa

che già fare non osa

conviti né presenti,

ma colli propî denti

1485

mangia e divora tutto:

ecco costume brutto!

Mad io, s'i' m'avedesse

ch'egli altro ben facesse,

unqua di ben mangiare

1490

no·llo dovrei blasmare:

ma chi 'l nasconde e fugge

e consuma e distrugge,

solo che ben si pasce,

certo in mal punto nasce.

 

1495

Hacci gente di corte

che sono use ed acorte

a sollazzar la gente,

ma domandan sovente

danari e vestimenti:

1500

certo, se tu ti senti

lo poder di donare,

ben déi corteseggiare,

guardando d'ogne lato

di ciascun lo suo stato;

1505

ma già non ublïare,

se tu puoi megliorare

lo dono in altro loco,

non ti vinca per gioco

lusinga di buffone:

1510

guarda loco e stagione.

 

Ancora abbi paura

d'improntare a usura;

ma se ti pur convene

aver per spender bene,

1515

prego che rende ivaccio,

ché non è bel procaccio

né piacevol convento

di diece render cento:

già d'usura che dài

1520

nulla grazia non hai;

né 'n ciò non ha larghezza,

ma tua gran pigrezza.

Ben forte mi dispiace

e gran noia mi face

1525

donzello e cavalero

che, quando un forestero

passa per la contrada,

non lascia che non vada

a farli compagnia

1530

in casa e per la via,

e gran cose promette,

ma altro non vi mette:

così ten questa mena;

e chi lo 'nvita a cena,

1535

terrebbe ben lo 'nvito;

non farebbe convito,

servigio né presente.

Ma sai che m'è piagente?

quando vene un forese,

1540

di farli ben le spese

secondo che s'aviene:

ché presentar ritiene

amore ed onoranza,

compagnia ed usanza.

1545

E sai ch'io molto lodo?

che tu a ogne modo

abbi di belli arnesi

e privati e palesi,

sì che 'n casa e di fore

1550

si paia 'l tuo onore.

 

E se tu fai convito

corredo bandito,

fa'l provedutamente,

che non falli neente:

1555

di tutto inanzi pensa;

e quando siedi a mensa,

non far un laido piglio,

non chiamare a consiglio

sescalco né sergente,

1560

ché da tutta la gente

sarai scarso tenuto

e non ben proveduto.

 

Omai t'ho detto assai:

perciò ti partirai,

1565

e dritto per la via

ne va' a Cortesia,

e prega da mia parte

che ti mostri su' arte,

ché già non veggo lume

1570

sanza 'l su' bon costume".

 

Lo cavaler valente

si mosse inellamente

e gìo sanza dimora

loco dove dimora

1575

Cortesia grazïosa,

ln cui ognora posa

pregio di valimento,

e con bel gechimento

la pregò che 'nsegnare

1580

li dovess' e mostrare

tutta la maestria

di fina cortesia.

Ed ella immantenente

con buon viso piacente

1585

disse in questa manera

lo fatto e la matera:

"Sie certo che Larghezza

è 'l capo e la grandezza

di tutto mio mistero,

1590

sì ch'io non vaglio guero,

e s'ella non m'aita

poco sarei gradita.

Ella è mio fondamento,

e io suo doramento

1595

e colore e vernice:

ma chi lo buon ver dice,

se noi due nomi avemo,

quasi una cosa semo.

Ma a te, bell' amico,

1600

primeramente dico

che nel tuo parlamento

abbi provedimento:

non sia troppo parlante,

e pensati davante

1605

quello che dir vorrai,

ché non retorna mai

la parola ch'è detta,

sì come la saetta

che va e non ritorna.

1610

Chi ha la lingua adorna,

poco senno gli basta,

se per follia no'l guasta.

E 'l detto sia soave,

e guarda non sia grave

1615

in dir ne' reggimenti,

ché non puo' a le genti

far più gravosa noia:

consiglio che si moia

chi spiace per gravezza,

1620

ché mai non si ne svezza;

e chi non ha misura,

se fa 'l ben, sì l'oscura.

 

Non sia inizzatore,

né sia redicitore

1625

di quel ch'altra persona

davante a te ragiona;

né non usar rampogna,

né dire altrui menzogna,

né villania d'alcuno:

1630

ché già non è nessuno

cui non posse di botto

dicere u·laido motto.

Né non sie sì sicuro

che pur un motto duro

1635

ch'altra persona tocca

t'esca fuor de la bocca:

ché troppa sicuranza

fa contra buona usanza;

e chi sta lungo via

1640

guardi di dir follia.

Ma sai che ti comando

e pongo a greve bando?

che l'amico de bene

innora quanto téne

1645

a piede ed a cavallo.

Né già per poco fallo

non prender grosso core,

per te non falli amore.

 

E abbie sempre a mente

1650

d'usar con buona gente,

e da l'altra ti parti:

ché, sì come dell'arti,

qualche vizio n'aprendi,

sì ch'anzi che t'amendi

1655

n'avrai danno e disnore.

Però a tutte l'ore

ti tieni a buona usanza,

perciò ch'ella t'avanza

in pregio ed in valore,

1660

e fatt' esser migliore

e dà bella figura:

ché la buona natura

si rischiara e pulisce

se 'l buon uso seguisce.

1665

Ma guarda tuttavia,

s'a quella compagnia

tu paressi gravoso,

di gir non sie più oso,

mad altra ti procaccia

1670

a cui il tu' fatto piaccia.

 

Amico, e guarda bene,

con più ricco di téne

non ti caglia d'usare,

ch'o starai per giullare

1675

spenderai quant'essi:

che se tu no'l facessi,

sarebbe villania;

e pensa tuttavia

che larga inconincianza

1680

sì vuol perseveranza.

Dunque déi provedere,

se 'l porta tuo podere,

che 'l facci apertamente;

se non, sì poni mente

1685

di non far tanta spesa

che poscia sia ripresa;

ma prendi usanz' a tale

che sia con teco iguale;

e s'avanzasse un poco,

1690

non ti smagar di loco,

ma spendi di paraggio:

non prendere avantaggio.

E pensa ogne fïata,

se nella tua brigata

1695

ha omo al tu' parere

men potente d'avere,

per Dio no·llo sforzare

più che non posse fare:

che se per tu' conforto

1700

il su' dispende a torto

e torna in basso stato,

tu ne sarai biasmato.

Ma ben ci son persone

d'altra condizïone,

1705

che si chiaman gentili:

tutt' altri tegnon vili

per cotal gentilezza;

e a questa baldezza

tal chiaman mercennaio

1710

che più tosto uno staio

spenderia di fiorini

ch'essi di picciolini,

benché li lor podere

fosseron d'un valere.

1715

E chi gentil si tiene

sanza fare altro bene

se non di quella boce,

credesi far la croce,

ma e' si fa la fica:

1720

chi non dura fatica

sì che possa valere,

non si creda capere

tra gli uomini valenti

perché sia di gran genti;

1725

ch'io gentil tengo quelli

che par che modo pilli

di grande valimento

e di bel nudrimento,

sì ch'oltre suo lignaggio

1730

fa cose d'avantaggio

e vive orratamente,

sì che piace a le gente,

Ben dico, se 'n ben fare

sia l'uno e l'altro pare,

1735

quelli ch'è meglio nato

è tenuto più a grato,

non per mia maestranza,

ma perch' è sì usanza,

la qual vince e rabatti

1740

gran parte d'i mie' fatti,

sì ch'altro no ne posso:

ch'esto mondo è sì grosso

che ben per poco detto

si giudica 'l diritto;

1745

ché lo grande e 'l minore

ci vivono a romore.

Perciò ne sie aveduto

di star tra lor sì muto

chè non ne faccia·risa:

1750

pàssati a la lor guisa,

che 'nanzi ti comporto

che tu segue lo torto;

che se pur ben facessi,

da che lor non piacessi,

1755

nulla cosa ti vale

e dir bene né male.

Però non dir novella

se non par buona e bella

a ciascun che la 'ntende,

1760

ché tal ti ne riprende

che aggiunge bugia,

quando se' ito via,

che ti déi ben dolere.

Però déi tu sapere

1765

in cotal compagnia

giucar di maestria,

ciò è che sappie dire

quel che deia piacere;

e lo ben, se 'l saprai,

1770

con altrui lo dirai,

dove fie conusciuto

e ben caro tenuto,

ché molti sconoscenti

troverai fra le genti,

1775

che metton maggio cura

d'udire una laidura

ch'una cosa che vaglia:

trapassa e non ti caglia.

E sie bene apensato,

1780

s'un om molto pesato

alcuna volta faccia

cosa che non s'aggiaccia

in piazza né in templo,

no 'nde pigliare asemplo,

1785

perciò che non ha scusa

chi altrui mal s'ausa.

 

E guarda non errassi

se tu stessi o andassi

con donna o con segnore

1790

con altro maggiore;

e benché sie tuo pare,

che lo sappie innorare,

ciascun per lo su' stato.

Siene sì ampensato,

1795

e del più e del meno,

che tu non perdi freno;

ma già a tuo minore

non render più onore

ch'a luï si convenga,

1800

né ch'a vil te ne tenga:

però, s'egli è più basso,

va sempre inanzi un passo.

 

E se vai a cavallo,

guardati d'ogne fallo;

1805

quando vai per cittade,

consiglioti che vade

molto cortesemente:

cavalca bellamente,

un poco a capo chino,

1810

ch'andar così 'n disfreno

par gran salvatichezza;

né non guardar l'altezza

d'ogne casa che truove;

guarda che non ti move

1815

com'on che sia di villa;

non guizzar com' anguilla,

ma va' sicuramente

per vïa tra la gente.

Chi ti chiede in prestanza,

1820

non fare adimoranza

se tu li vuol' prestare:

no'l far tanto tardare

che 'l grado sia perduto

anzi che sia renduto.

1825

E quando se' in brigata,

seguisci ogne fïata

lor via e lor piacere,

ché tu non déi volere

pur far a la tua guisa,

1830

né far di lor divisa.

E guàrdati ad ogn'ora

che laida guardatura

non facci a donna nata

a casa o nella strata:

1835

però chi fa 'l sembiante

e dice ch'è amante,

è un briccon tenuto.

E io ho già veduto

solo d'una canzone

1840

peggiorar condizione:

ché già 'n questo paese

non piace tal arnese.

E guarda in tutte parti

ch'Amor già per su' arti

1845

non t'infiammi lo core:

con ben grave dolore

consumerai tua vita,

né mai di mia partita

non ti potrei tenere,

1850

se fossi in suo podere.

 

Or ti torna a magione,

ch'omai è la stagione;

e sie largo e cortese,

sì che 'n ogne paese

1855

tutto tuo convenente

sia tenuto piagente".

 

Per così bel commiato

n'andò da l'altro lato

lo cavalier gioioso,

1860

e molto confortoso

per sembianti parea

di ciò ch'udito avea;

e 'n questa benenanza

se n'andò a Leanza,

1865

e lei si fece conto,

e poi disse suo conto

sì come parve a lui:

e certo io che vi fui

lodo ben sua manera

1870

e 'l costume e la cera.

E vidi Lealtate

che pur di veritate

tenea suo parlamento;

con bello acoglimento

1875

li disse: "Ora m'intendi

e ciò ch'io dico aprendi.

 

Amico, primamente

consiglio che non mente,

e 'n qual parte che sia

1880

tu non usar bugia:

ch'on dice che menzogna

ritorna in gran vergogna

però c'ha breve corso;

e quando vi se' scorso,

1885

se tu a le fïate

dicessi veritate,

non ti sarà creduta.

Ma se tu hai saputa

la verità d'un fatto,

1890

e poi per dirla ratto

grave briga nascesse,

certo, se la tacesse,

se ne fossi ripreso,

sarai da me difeso.

1895

E se tu hai parente

caro benvogliente

cui la gente riprenda

d'una laida vicenda,

tu dê essere acorto

1900

a diritto ed a torto

in dicer ben di lui,

e per fare a colui

discreder ciò che dice;

e poi, quando ti lice,

1905

l'amico tuo gastiga

del fatto onde s'imbriga.

Cosa che tu promette,

non vo' che la dimette:

comando che s'atenga,

1910

purché mal non n'avenga

Ben dicon buoni e rei:

"Se tu fai ciò che déi,

avegna ciò che puote";

ma poi, chi ti riscuote

1915

s'un grave mal n'avene?

Foll' è chi teco tene:

ch'i' tegno ben leale

chi per un picciol male

fa schifare un maggiore,

1920

se 'l fa per lo migliore,

sì che lo peggio resta.

 

E chi ti manofesta

alcuna sua credenza,

abbine retenenza,

1925

e la lingua sì lenta

ch'un altro no la senta

sanza la sua parola:

ch'io già per vista sola

vidi manofestato

1930

un fatto ben celato.

E chi ti dà in prestanza

sua cosa, o in serbanza,

rendila sì a punto

che non sie in fallo giunto.

1935

E chi di te si fida,

sempre lo guarda e guida,

né già di tradimento

non ti vegna talento.

 

E vo' ch'al tuo Comune,

1940

rimossa ogne cagione,

sie diritto e leale,

e già per nullo male

che ne poss' avenire

no·llo lasciar perire.

1945

E quando se' 'n consiglio,

sempre ti tieni al meglio:

né prego né temenza

ti mova i·rria sentenza.

Se fai testimonianza,

1950

sia piena di leanza;

e se giudichi altrui,

guarda sì abondui

che già da nulla parte

non falli l'una parte.

1955

Ancor ti priego e dico,

quand' hai lo buono amico

e lo leal parente,

amalo coralmente:

non si' a sì grave stallo

1960

che tu li facce fallo.

 

E voglio ch'am' e crede

Santa Chiesa e la fede;

e solo e infra la gente

innora lealmente

1965

Geso Cristo e li santi,

sì che' vecchi e li fanti

abbian di te speranza

e prendan buon' usanza.

E va', che ben ti pigli

1970

e che Dio ti consigli,

ché per esser leale

si cuopre molto male".

Allora il cavalero,

che 'n sì alto mestero

1975

avea la mente misa,

se n'andò a distesa

e gìsene a Prodezza;

e quivi con pianezza

e con bel piacimento

1980

e disse il suo talento.

 

Allor vid' io Prodezza

con viso di baldezza

sicuro e sanza risa

parlare in questa guisa:

1985

"Dicoti apertamente

che tu non sie corrente

a far né a dir follia,

ché, per la fede mia,

non ha presa mi' arte

1990

chi segue folle parte;

e chi briga mattezza

non fie di tale altezza

che non ruvini a fondo:

non ha grazia nel mondo.

1995

E guàrdati ognora

che tu non facci ingiura

né forza a om vivente:

quanto se' più potente,

cotanto più ti guarda,

2000

ché la gente non tarda

di portar mala boce

a om che sempre noce.

 

Di tanto ti conforto,

che, se t'è fatto torto,

2005

arditamente e bene

la tua ragion mantene.

Ben ti consiglio questo:

che, se tu col ligisto

atartene potessi,

2010

vorria che lo facessi,

ch'egli è maggior prodezza

rinfrenar la mattezza

con dolci motti e piani

che venire a le mani.

2015

E non mi piace grido;

pur con senno mi guido;

ma se 'l senno non vale,

metti mal contra male,

né già per suo romore

2020

non bassar tuo onore;

ma s'è di te più forte,

fai senno se 'l comporte

e da' loco a la mischia,

ché foll' è chi s'arischia

2025

quando non è potente:

però cortesemente

ti parti di romore;

ma se per suo furore

non ti lascia partire,

2030

vogliendoti ferire,

consiglioti e comando

no 'nde vada [da] bando:

abbie le mani acorte,

non dubbiar de la morte,

2035

ché tu sai per lo fermo

che già di nullo schermo

si pote omo covrire,

che non vada al morire

quando lo punto vene.

2040

Però fa grande bene

chi s'arischi' al morire

anzi che soferire

vergogna né grave onta:

ché 'l maestro ne conta

2045

che omo teme sovente

tal cosa, che neente

li farà nocimento.

Né non mostrar pavento

a om ch'è molto folle,

2050

ché, se ti truova molle,

piglierànne baldanza;

ma tu abbi membranza

di farli un ma·riguardo,

sì sarà più codardo.

 

2055

Se tu hai fatto offesa

altrui, che sia ripresa

in grave nimistanza,

sì abbi per usanza

di ben guardarti d' esso,

2060

ed abbi sempre apresso

e arme e compagnia

a casa e per la via;

e se tu vai atorno,

sl va' per alto giorno,

2065

mirando d'ogne parte,

ché non ci ha miglior arte

per far guardia sicura

che buona guardatura:

l'occhio ti guidi e porti,

2070

e lo cor ti conforti.

E un'altra ti dico:

se questo tuo nemico

fosse di basso afare,

non ce t'asecurare,

2075

perché sie più gentile;

no·llo tenere a vile,

ch'ogn'omo ha qualch' aiuto:

e i' ho già veduto

ben fare una vengianza,

2080

che quasi rimembranza

no 'nd' era tra la gente.

Però cortesemente

del nemico ti porta,

e abbie usanza acorta:

2085

se 'l truovi in alcun lato,

paia l'abbie innorato;

se 'l truovi in alcun loco,

per ira né per gioco

no·lli mostrare asprezza

2090

ne villana fierezza;

dà·lli tutta la via:

però che maestria

afina più l'ardire

che non fa pur ferire.

2095

Chi fere bene ardito,

pò ben esser ferito;

e se tu hai coltello,

altri l'ha buono e bello:

ma maestria conchiude

2100

la forza e la vertude,

e fa 'ndugiar vendetta

e alungar la fretta

e mettere in obria

e atutar follia.

2105

E tu sia bene apreso:

che se ti fosse ofeso

di parole o di detto,

non rizzar lo tu' petto,

ne non sie più corrente

2110

che porti 'l convenente.

Al postutto non voglio

ch'alcuno per suo orgoglio

dica né faccia tanto

che 'l gioco torni 'n pianto,

2115

né che già per parola

si tagli mano o gola.

E i' ho già veduto

omo ch'è pur seduto,

non facendo mostranza,

2120

far ben dura vengianza.

 

S'afeso t'è di fatto,

dicoti a ogne patto

che tu non sie musorno,

ma di notte e di giorno

2125

pensa de la vendetta,

e non aver tal fretta

che tu ne peggior' onta,

ché 'l maestro ne conta

che fretta porta inganno,

2130

e 'ndugio è par di danno;

e tu così digrada:

ma pur, come che vada

la cosa, lenta o ratta,

sia la vendetta fatta.

2135

E se 'l tuo buono amico

ha guerra di nemico,

tu ne fa' quanto lui,

e guàrdati di plui:

non menar tal burbanza

2140

ched elli a tua fidanza

coninciasse tal cosa

che mai non abbia posa.

 

E ancor non ti caglia

d'oste né di battaglia,

2145

né non sie trovatore

di guerra o di romore.

Ma se pur avenisse

che 'l tuo Comun facesse

oste o cavalcata,

2150

voglio che 'n quell'andata

ti porte con barnaggio

e dimostreti maggio

che non porta tuo stato;

e déi in ogne lato

2155

mostrar tutta franchezza

e far buona prodezza.

Non sie lento né tardo,

ché già omo codardo

non aquistò onore

2160

né divenne maggiore.

E tu per nulla sorte

non dubitar di morte,

ch'assai è più piacente

morire orratamente

2165

ch'esser vituperato,

vivendo, in ogne lato.

 

Or torna in tuo paese,

e sie prode e cortese:

non sia lanier né molle

2170

né corrente né folle".

Così noi due stranieri

ci ritornammo arrieri:

colui n'andò in sua terra

ben apreso di guerra,

2175

e io presi carriera

per andar là dov' iera

tutto mio intendimento

e 'l final pensamento,

per esser veditore

2180

di Ventur' e d'Amore.

 

Or si ne va il maestro

per lo camino a destro,

pensando duramente

intorno al convenente

2185

de le cose vedute:

e son maggior essute

ch'io non so divisare;

e ben si dee pensare

chi ha la mente sana

2190

od ha sale 'n dogana

che 'l fatto è smisurato,

e troppo gran trattato

sarebbe a ricontare.

Or voglio intralasciare

2195

tanto senno e savere

quant' io fui a vedere,

e contar mio vïaggio,

come 'n calen di maggio,

passati valli e monti

2200

e boschi e selve e ponti,

io giunsi in un bel prato

fiorito d'ogne lato,

lo più ricco del mondo.

Ma or parea ritondo,

2205

ora avea quadratura;

ora avea l'aria scura,

ora e chiara e lucente;

or veggio molta gente,

or non veggio persone;

2210

or veggio padiglione,

or veggio case e torre;

l'un giace e l'altro corre,

l'un fugge e l'altro caccia,

chi sta e chi procaccia,

2215

l'un gode e l'altro 'mpazza,

chi piange e chi sollazza:

così da ogne canto

vedea gioco e pianto.

Però, s'io dubitai

2220

mi maravigliai,

be·llo dëon sapere

que' che stanno a vedere.

Ma trovai quel suggello

che da ogne rubello

2225

m'afida e m'asicura:

così sanza paura

mi trassi più avanti,

e trovai quattro fanti

ch'andavan trabattendo.

2230

E io, ch'ognora atendo

di saper veritate

de le cose trovate,

pregai per cortesia

che sostasser la via

2235

per dirmi il convenente

de·luogo e de la gente.

E l'un, ch'era più saggio

e d'ogne cosa maggio,

mi disse in breve detto:

2240

"Sappi, mastro Burnetto,

che qui sta monsegnore

ch'e capo e dio d'amore;

e se tu non mi credi,

passa oltra e sì 'l vedi;

2245

e più non mi toccare,

ch'io non t'oso parlare".

Così furon spariti

e in un punto giti,

ch'i' non so dove o come,

2250

né la 'nsegna né 'l nome.

Ma i' m'asicurai,

e tanto inanti andai

ch'i' vidi al postutto

e parte e mezzo e tutto;

2255

e vidi molte genti,

cu' liete e cui dolenti;

e davanti al segnore

parea che gran romore

facesse un'altra schiera;

2260

e 'n una gran chaiera

io vidi dritto stante

ignudo un fresco fante,

ch'avea l'arco e li strali

e avea penn' ed ali,

2265

ma neente vedea,

e sovente traea

gran colpi di saette,

e là dove le mette

convien che fora paia,

2270

chi che periglio n'aia;

e questi al buon ver dire

avea nome Piacere.

E quando presso fui,

io vidi intorno lui

2275

quattro donne valenti

tener sopra le genti

tutta la segnoria;

e de la lor balìa

io vidi quanto e come,

2280

e so di lor lo nome:

Paura e Disianza

e Amore e Speranza.

E ciascuna in disparte

adovera su' arte

2285

e la forza e 'l savere,

quant' ella può valere:

ché DESÏANZA punge

la mente e la compunge

e sforza malamente

2290

d'aver presentemente

la cosa disïata,

ed è sì disvïata

che non cura d'onore,

né morte né romore

2295

né periglio ch'avegna

né cosa che sostegna;

se non che la PAURA

la tira ciascun'ora,

sì che non osa gire

2300

né solo u·motto dire

né far pur un semblante,

però che 'l fino amante

riteme a dismisura.

Ben ha la vita dura

2305

chi così si bilanza

tra tema e disïanza;

ma FINO AMOR solena

del gran disio la pena,

e fa dolce parere,

2310

e leve a sostenere,

lo travaglio e l'afanno

e la doglia e lo 'nganno.

D'altra parte SPERANZA

aduce gran fidanza

2315

incontro a la Paura,

e sempre l'asicura

d'aver buon compimento

di suo inamoramento.

E questi quattro stati

2320

son di Piacere nati,

con essi sì congiunti

che già ora né punti

non potresti contare

tra·llor lo 'ngenerare:

2325

ché, quando omo 'namora,

io dico che 'n quell'ora

disia ed ha temore

e speranza ed amore

di persona piaciuta;

2330

ché la saetta aguta

che move di piacere

lo punge, e fa volere

diletto corporale,

tant'è l'amor corale.

2335

Così ciascuno in parte

aòverar su' arte

divisa ed in comuno;

ma tutti son pur uno,

cui la gente ha temore,

2340

sì 'l chiaman Dio d'Amore,

perciò che 'l nome e l'atto

s'acorda più al fatto.

Assai mi volsi intorno

e di notte e di giorno,

2345

credendomi campire

del fante, che ferire

lo cor non mi potesse;

e s'io questo tacesse,

farei maggio savere,

2350

ch'io fui messo in podere

e in forza d'Amore.

Però, caro segnore,

s'io fallo nel dettare,

voi dovete pensare

2355

che l'om ch'è 'namorato

sovente muta stato.

 

Poi mi tornai da canto,

e in un ricco manto

vidi Ovidio maggiore,

2360

che gli atti dell'amore,

che son così diversi,

rasembra 'n motti e versi.

E io mi trassi apresso,

e domandai lu' stesso

2365

ched elli apertamente

mi dica il convenente

e lo bene e lo male

de l[o] fante dell'ale,

c'ha le saette e l'arco,

2370

e onde tale incarco

li venne, che non vede.

Ed elli in buona fede

mi rispose 'n volgare

che la forza d'amare

2375

non sa chi no lla prova:

"Perciò, s'a te ne giova,

cércati fra lo petto

del bene e del diletto,

del male e de l'errore

2380

che nasce per amore".

E così stando un poco,

io mi mutai di loco,

credendomi fuggire;

ma non potti partire,

2385

ch'io v'era sì 'nvescato

che già da nullo lato

potea mutar lo passo.

Così fui giunto, lasso,

e giunto in mala parte!

2390

Ma Ovidio per arte

mi diede maestria,

sì ch'io trovai la via

com' io mi trafugai:

così l'alpe passai

2395

e venni a la pianura.

Ma troppo gran paura

ed afanno e dolore

di persona e di core

m'avenne quel vïaggio:

2400

ond'io pensato m'aggio,

anzi ch'io passi avanti,

a Dio ed a li santi

tornar divotamente,

e molto umilemente

2405

confessar li peccati

a' preti ed a li frati.

E questo mio libretto

e ogn'altro mio detto

ch'io trovato avesse,

2410

s'alcun vizio tenesse,

cometto ogni stagione

i·llor correzzïone,

per far l'opera piana

co la fede cristiana.

2415

E voi, caro segnore,

prego di tutto core

che non vi sia gravoso

s'i' alquanto mi poso,

finché di penitenza

2420

per fina conoscenza

mi possa consigliare

con omo che mi pare

ver' me intero amico,

a cui sovente dico

2425

e mostro mie credenze,

e tegno sue sentenze.